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Stage Gratuiti, Addio!

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Negli ultimi mesi del 2012 si è tornati a parlare di stage e tirocini con la riforma Fornero, dando a tutti noi studenti neolaureati e alla ricerca di occupazione ed esperienza, l’illusione che qualcosa possa cambiare.

L’11 dicembre scorso, una sentenza della Corte Costituzionale rimetteva tutto nelle mani delle Regioni, alle quali spetterà il compito di tradurre in legge le linee guida sugli stage.

Questo significa che perché le indicazioni del ministero del Lavoro diventino legge ci sarà bisogno che ciascuna regione elabori e approvi una legge ad hoc, con tempi e modalità difficili da prevedere. Le «linee guida» sono semplici “standard minimi di riferimento” e quindi non sono vincolanti per le imprese, almeno fino a quando non saranno recepite dalle singole Regioni.

Per ora, insomma, ci sono solo tanti buoni propositi. Troppo presto per dire addio allo stage gratis in azienda. Tanto più che fuori dalla sfera della riforma Fornero restano tutti gli stage curriculari attivati da scuole, università e corsi di formazione e anche i periodi di pratica professionale e i tirocini previsti per l’accesso alle professioni con un ordine. Su circa 500mila stage all’anno (di cui circa 300mila nelle aziende private, secondo i dati del rapporto Excelsior di Unioncamere), quelli curriculari sono più o meno la metà. Praticamente con tale riforma si coprono solo la metà degli stagisti italiani, ovvero gli stage attivati dai centri per l’impiego e dai soggetti promotori in forma extracurriculare.

Ma riassumiamo le linee guida targate Fornero:

- la durata degli stage deve essere al massimo di 6 mesi per quelli formativi (da fare entro 12 mesi dal conseguimento del titolo di studio), 12 mesi per quelli di inserimento lavorativo, fino 24 mesi per quelli destinati a disabili e immigrati;

- si vietano alle aziende di realizzare più di un tirocinio con lo stesso stagista;

- si vietano stage per mansioni di basso profilo.

Quello che preoccupa, però, è soprattutto la lunga gestazione che dovranno ancora affrontare le nuove regole. Il rischio è che le Regioni, che hanno il potere di legiferare in materia, invece non lo facciano, cosa, per altro, già accaduta negli anni scorsi. Nel 2005 la Corte Costituzionale aveva dichiarato la competenza esclusiva delle Regioni in materia di stage, ma solo quelli estivi. In quel caso, però, solo una minoranza di regioni ha dato vita a una normativa regionale. Secondo il monitoraggio di Adapt, l’associazione per gli studi internazionali sul diritto del lavoro, a oggi otto regioni hanno prodotto una legge (Abruzzo, Friuli, Liguria, Lombardia, Piemonte, Toscana, Trento e Veneto) e sei hanno una normativa incompleta (Bolzano, Campania, Emilia, Lazio, Molise e Sicilia). Per le altre sette, il vuoto.

La sentenza dello scorso dicembre, poi, ha allargato il raggio d’azione delle Regioni a tutti i tirocini. Ci sono quindi  le regioni che hanno mostrato sempre attenzione a questo tema, come il Veneto, l’Emilia Romagna o la Puglia. Altre che invece preoccupano, come la Calabria e la Lombardia.

Altra questione è quella del compenso minimo di 400 euro, criticato già da molte imprese. Tanto che, come riporta Il Sole24Ore, il gruppo Telecom ha sospeso l’attivazione di nuovi stage fino a che le disposizioni regionali non saranno più chiare.

La somma dei 400 euro di indennità è presa in prestito dalla legge francese sui tirocini ed è legata all’esistenza di un salario minimo, eppure nel nostro Paese c’è chi ritiene che la cifra dei 400 euro sia troppo alta, tanto che si starebbe già pensando a uno sconto di cento.

Il 4 aprile Monti e Fornero si sono ritrovati  di nuovo fianco a fianco, di nuovo in conferenza stampa, per presentare il dettato definitivo che il governo propone ai due rami del Parlamento - in prima battuta al Senato. Il «Disegno di legge recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita» si articola lungo 79 pagine. La parte che ci interessa  è sull’articolo 12 e riguarda il tema dei tirocini formativi.

Cosa prevede il disegno di legge
Ora l’articolo 12 del ddl qualcosa lo precisa, quantomeno nelle intenzioni. Promette che, all’indomani dell’applicazione definitiva della riforma – ipotizzabile per l’estate – partirà un conto alla rovescia che, nel giro di massimo 6 mesi, dovrebbe portare all’approvazione di «uno o più decreti legislativi finalizzati ad individuare principi fondamentali e requisiti minimi dei tirocini formativi e di orientamento».

La normativa verrà rimodellata per rendere lo stage meno intercambiabile con l’apprendistato, in modo che cessi di esserne un concorrente sleale. Inoltre si può evincere che il governo abbia intenzione di porre paletti più stringenti per quanto riguarda la durata massima, le garanzie di qualità formativa, il raggio di possibile applicazione degli stage, con l’obiettivo di rendere più difficile ai datori di lavoro il malcostume di utilizzare i tirocinanti come se fossero dipendenti, lasciandoli soli dopo qualche giorno di formazione sommaria, e richiedendo loro prestazioni e autonomia e gravandoli di responsabilità. Si pensi qui solo all’enorme bacino degli stagisti utilizzati come commessi nei supermercati, come baristi e camerieri nei locali, come receptionist negli alberghi.

Ma sono senz’altro il terzo e il quarto dei punti messi nero su bianco da Monti e Fornero a suscitare le migliori speranze. Il terzo prevede infatti la «individuazione degli elementi qualificanti del tirocinio e degli effetti conseguenti alla loro assenza, anche attraverso la previsione di sanzioni amministrative, in misura variabile da mille a seimila euro».

Finalmente cioè la normativa sugli stage smetterebbe di essere sine sanctione- al pari una sorta di mero suggerimento, senza alcuna possibilità di punire il trasgressore – e si introdurrebbe un deterrente monetario.

Infine, il quarto «criterio e principio»  la «previsione di non assoluta gratuità del tirocinio, attraverso il riconoscimento di una indennità, anche in forma forfetaria, in relazione alla prestazione svolta».

Stop agli stage gratuiti dunque. Non viene specificato se il divieto di gratuità andrà applicato a tutti i tirocini, oppure solo a quelli extracurriculari (questa via, più soft, è stata quella utilizzata dalla Regione Toscana e dalla Regione Abruzzo che per prime hanno legiferato introducendo l’obbligatorietà di un rimborso spese minimo). Ma si tratta comunque di un principio di portata rivoluzionaria per l’Italia: che anche la prestazione di uno stagista, benché non esperto, benché in formazione, è meritevole di riconoscimento economico.
Ora si vedrà l’iter parlamentare di questo ddl: ma la speranza di tutti noi stagisti è che finalmente qualcosa possa cambiare!

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